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"Relazione su azioni collettive dei consumatori"
 


Legislazione vigente e prospettive

Attualmente, a differenza che nell’ordinamento anglosassone, ed in particolar modo americano, la c.d. “class action”, o azione collettiva, nel nostro Paese è ancora consentita davvero limitatamente. Ovvero, dall’art. 1469 sexies comma 1, nella novella del 1996, dalla legge 281/98 ed infine dal Codice del Consumo del 2005.

In seguito, con il passato Governo, è giaciuto un seppur timido accenno di “azione collettiva” generale, e quindi non più confinata e limitata ai casi specifici delle leggi suddette, che però, se poi effettivamente approvata dai due rami del Parlamento, cosa che poi non è avvenuta, sarebbe stata davvero una soluzione monca e, di fatto, non avente le caratteristiche della “class action” vera e propria, l’unica avente la possibilità di fregiarsi di tale nome.

Difatti, nel disegno di legge 2005, si era stabilito che le associazioni di consumatori avrebbero potuto promuovere azioni collettive, le quali però avrebbero avuto solo il risultato concreto di porre un principio di diritto, al quale però avrebbe dovuto necessariamente avere seguito l’azione individuale di ciascun consumatore, volta ad ottenere una sentenza di fatto eseguibile, e peraltro individualmente quantificata.

Ora, a seguito del c.d. “pacchetto Bersani”, torna di dirompente interesse la tutela dei consumatori, a vari livelli. Con essa, si intende nuovamente sensibilizzare il legislatore a recepire finalmente l’istituto della “class action” anche all’interno dell’ordinamento nazionale.

Senza una riforma di questo tipo, che vada ad incidere sull’istituto processuale, qualsivoglia tutela dei consumatori rimarrà monca ed insussistente, legata cioè al particolare e non al generale.

Statisticamente, oggi, le grandi società e coloro i quali forniscono servizi alla collettività, su largo margine, come ad esempio banche e assicurazioni, preferiscono di gran lunga, in alcuni casi, fornire un servizio di dubbia consistenza, ben sapendo che, poi, una ridottissima percentuale di utenti o consumatori proporranno una vertenza.

Per tutelare il consumatore, che invece altrimenti sarebbe di fatto lasciato solo, di fronte al diverso e maggiore potere della multinazionale o dell’erogatore di servizi, occorre attribuire alla possibile azione di esso, con naturalmente l’ausilio dell’associazione cui è iscritto, una valenza il più possibile generalizzata, tale peraltro da non creare disparità di tutela, in questi casi, tra soggetto e soggetto, tra chi si può permettere, per le più svariate ragioni, una tutela, e chi invece non ne può di fatto usufruire.

Nelle diverse, e seppur limitate, soluzioni legislative sin qui adottate, si è talvolta attribuito tale limitato potere alle associazioni di consumatori riconosciute, ovvero facenti parte di un elenco depositato presso il Consiglio Nazionale dei Consumatori ed Utenti.

A nostro parere, occorrerebbe, al fine di attribuire la miglior tutela possibile, soprattutto in termini di imparzialità ed effettività, concedere tale potere, quello di agire con la c.d. “class action”, alle associazioni che SUL CAMPO si siano guadagnate la possibilità di agire per interessi collettivi. Si dirà: come fare per verificare ciò?

I mezzi saranno i medesimi che la storia ci insegna aver individuato, ad esempio, per ciò che concerne il potere di contrattazione collettiva e di proclamazione dello sciopero per le associazioni sindacali. Anche in tale frangente, inizialmente si era optato per un riconoscimento legislativo, per poi propendere, per motivi di opportunità e di eguaglianza costituzionale, ad una sorta di continuo riconoscimento di fatto, che compete, per ovvii motivi, alla magistratura. Ovvio che, per quanto riguarda l’onere della prova, questo competa volta per volta all’associazione che ne faccia richiesta (della “class action”).

Tuttavia, l’applicazione fiscale e rigorosa di quanto statuito dal Codice del Consumo e della precedente L. 281/98, farebbe sicuramente perdere all’azione quelle caratteristiche di vero e proprio controllo su alcuni settori della vita collettiva, se lasciati solo a quelle associazioni “riconosciute” da organi, che ben potrebbero, per motivi di opportunità, essere controllati da quegli organi, che con la “class action” si vogliono controllare e limitare, per il bene dei consumatori stessi!

Tutto ciò è stato peraltro, anche se con esclusivo riferimento alla Legge 281/98, in quanto si tratta di sentenza del 2000, affrontato dal Tribunale e dalla Corte d’Appello di Roma, i quali avevano già nel 2000 attribuito il potere di agire per l’inibitoria ex art- 1469 sexies le associazioni di consumatori che :

  • hanno come scopo istituzionale la difesa degli interessi dei consumatori;

  • dispongono di sedi locali in numerose regioni;

  • hanno un elevato numero di iscritti.

Tutto ciò deve, a nostro parere, essere lasciato all’analisi e all’interpretazione del magistrato, nelle sue funzioni, quale garante di indipendenza ed imparzialità.

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